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Il “collasso epistemico”

Quando viene meno l’autorità della verità, la realtà condivisa si frantuma e la democrazia perde il suo terreno comune.

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Mangla
feb 02, 2026
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La crisi informativa contemporanea non riguarda soltanto la diffusione di contenuti falsi. Riguarda la perdita delle strutture cognitive e istituzionali che permettono a una società di distinguere il vero dal falso e di usarlo per deliberare. È il trauma che precede la fine della democrazia.

Il lessico che oggi usiamo per descrivere il nostro ambiente informativo — fake news, post-verità, deepfake, disinformazione automatizzata, bot — funziona come un inventario di sintomi. Nomina le manifestazioni, non la patologia. La patologia, più profonda e strutturale, riguarda il modo stesso in cui una società costruisce ciò che considera reale. È ciò che può essere definito “collasso epistemico”: la dissoluzione delle condizioni minime che rendono possibile una realtà condivisa.

Ogni comunità politica vive immersa in un ecosistema cognitivo fatto di fonti, procedure, autorità epistemiche, pratiche di verifica. Non esiste verità pubblica senza mediazioni: archivi, giornalismo, tribunali, scienza, statistiche, linguaggi comuni. Quando queste mediazioni vengono delegittimate, saturate o rese indistinguibili da simulazioni, la distinzione fra vero e falso smette di essere operativa. Non perché scompaia la verità in senso metafisico, ma perché viene meno la capacità collettiva di riconoscerla e usarla.

In questo contesto il problema non consiste soltanto nella circolazione di enunciati falsi. Il danno più grave riguarda la struttura delle credenze. Comunità intere possono chiudersi in sistemi cognitivi autosufficienti, impermeabili alla confutazione, nei quali la coerenza interna conta più della corrispondenza con i fatti. La lealtà al gruppo diventa criterio di validità. Il dissenso assume la forma di un’aggressione morale. La verifica empirica viene trattata come un atto ostile. La conoscenza perde il carattere pubblico e diventa un segno identitario. (Insomma, “bolle”, e tribù.)

Quando questo schema si estende oltre nicchie marginali, il processo decisionale collettivo si altera. Deliberare richiede presupposti condivisi: dati minimi, definizioni comuni, accordi su ciò che conta come prova. Senza questi presupposti, il confronto politico si trasforma in una sovrapposizione di monologhi incompatibili. La responsabilità si dissolve perché non esistono più criteri comuni per attribuirla. La fiducia non viene semplicemente erosa, perde la sua funzione operativa.

Il cosiddetto disordine del discorso pubblico non va quindi interpretato come rumore contingente o come degrado stilistico. Assomiglia piuttosto a una frattura nelle infrastrutture del ragionamento sociale. Il potere continua ad agire all’interno di questa frattura, ma lo fa senza vincoli cognitivi. In assenza di una realtà condivisa, il potere non ha più bisogno di giustificarsi. Può limitarsi a occupare spazi simbolici, a mobilitare appartenenze, a sfruttare l’asimmetria informativa. La verità assume una forma tribale. Le istituzioni sopravvivono come gusci procedurali privi di autorità epistemica. Il linguaggio politico si riempie di invettive che rimbalzano nel vuoto.

Per questo la questione decisiva non riguarda l’arbitrato ultimo della verità. Il nodo è la possibilità stessa di decidere insieme. Una democrazia presuppone una grammatica cognitiva condivisa, anche in presenza di conflitto. Quando questa grammatica si disintegra, la

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